CHE COS’E’ IL MERCATO FOREX?

Per capire cos’è il mercato Forex è necessario conoscere la definizione di tasso di cambio, ovvero il prezzo relativo di due differenti valute e quest’ultimo si stabilisce nel mercato valutario,comunemente chiamato Forex. Il Forex (Foreign Exchange Market) è il mercato di riferimento per gli scambi valutari. Si tratta del più grande mercato esistente al mondo con un controvalore giornaliero medio di scambi di circa 3 trilioni di miliardi di dollari, a confronto degli 83 miliardi di dollari della borsa di New York (NYSE). Il Forex è anche il mercato più liquido che esista, proprio grazie ai volumi elevatissimi e al fatto che in esso si trovino a operare governi, banche, grandi e piccoli speculatori, investitori. Ed è anche uno dei più complicati in quanto i movimenti delle valute dipendono da una molteplicità di fattori macro e microeconomici. Il Forex è un mercato ancora giovane. E’ nato “solo” nel 1971 quando sono venuti meno gli accordi di Bretton Woods che impedivano alle valute di essere scambiate e contrattate alla stregua di titoli azionari. Accordi presi nel 1944 e volti a impedire quelle speculazioni che avevano indirettamente portato alla seconda guerra mondiale. Solo nell’ultimo trentennio, tuttavia, il Forex è uscito da un ambito prettamente bancario e governativo grazie all’avvento di internet, con un conseguente incremento dei volumi di contrattazione e la partecipazione di operatori non specializzati.

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GLI OPERATORI DEL MERCATO

Inizialmente banche, multinazionali e imprese commerciali, che conducevano business al di fuori del territorio nazionale, e quindi generavano ricavi in differenti valute, operavano nel mercato forex solo per proteggere i profitti dalle fluttuazioni dei prezzi. Con l’aumentare dei volumi è stato necessario garantire maggiore liquidità perché le transazioni avessero luogo e il mercato è stato aperto anche agli speculatori. Le dinamiche sono quindi cambiate e si possono distinguere ora diversi partecipanti del mercato, ognuno dei quali entra nel mercato con motivazioni e obiettivi diversi.

BANCHE

Centinaia di banche sono attive nel mercato forex, ma quelle principali sono responsabili della maggioranza delle transazioni effettuate. La tabella sottostante mostra la percentuale di volumi scambiati dalle singole banche sul totale dei volumi dell’intero mercato. Queste banche, avendo la possibilità di conoscere le posizioni dei loro grossi clienti, si trovano in una posizione di vantaggio perché mediante queste informazioni possono posizionarsi nel mercato sapendo di avere a supporto dei grossi ordini che hanno la capacità di influenzare il mercato delle valute. Per questo motivo è molto importante sapere quando e come i trader istituzionali entrano nel mercato perché la miglior strategia per i trader privati è quella di operare nella stessa direzione dei trader istituzionali cercando di cogliere parte dei movimenti che le banche generano con le loro operazioni. E’ importante capire che le banche operano un ruolo fondamentale nel mercato delle valute avendo una moltitudine di interessi: sia speculativi nel breve periodo per proprio conto (proprietary desk), sia di lungo periodo per proteggere se stesse e i clienti dalle variazioni dei tassi di cambio (hedging).

MULTINAZIONALI, IMPRESE COMMERCIALI E INVESTITORI

Tutti i business che svolgono attività al di fuori dei confini nazionali che comprendono transazioni in una diversa valuta hanno un interesse nel mercato valutario. I flussi di capitale devono essere stimati e il rischio accuratamente bilanciato in modo tale da stilare i budget e le previsioni aziendali. Si pensi ad esempio ad una multinazionale americana con uffici in Europa che deve pagare i propri lavoratori europei in Euro: un apprezzamento dell’Euro contro il Dollaro può gravare notevolmente sui costi degli stipendi calcolati in Dollari. Oppure per un’azienda Europea che importa prodotti dal Giappone e li rivende in Europa: una svalutazione dell’Euro nei confronti dello Yen renderà le importazioni più care comprimendo i profitti. Per questo motivo le valute possono avere un impatto notevole su questi business internazionali.                                                                            Queste imprese solitamente non operano direttamente nel mercato valutario ma si affidano alle banche per fare hedging. Se un’azienda europea ha necessità di fare un grosso acquisto in Yen in 6 mesi, ma teme un apprezzamento dello Yen, potrà andare short EUR/JPY.
In questo modo se l’Euro effettivamente si indebolisce il maggior costo dei prodotti giapponesi verrà bilanciato dai guadagni nel mercato delle valute. Se invece l’Euro dovesse guadagnare, l’azienda risparmierà sull’acquisto delle merci ma subirà perdite nell’investimento. Questo processo annulla quindi il rischio di impatto sul business delle variazioni dei tassi di cambio. In conclusione le imprese, attraverso le banche, cercano principalmente di proteggersi e non di guadagnare nel mercato forex.

LE BANCHE CENTRALI

Il compito delle banche centrali è quello di supportare la politica monetaria del governo e di mantenere la stabilità della moneta cercando di evitare eccessive oscillazioni.
Gli strumenti utilizzati dalle banche centrali per intervenire sul mercato sono essenzialmente 3:

  1. Acquistando o vendendo la propria moneta nel tentativo di rinforzarla o indebolirla
  2. Tagliando o aumentando i tassi di interesse
  3. Minacciando di intervenire nel mercato che molte volte è sufficiente ad ottenere gli effetti desiderati senza ricorrere ad un intervento vero e proprio.

Le risorse delle banche centrali sono molto vaste e ogni loro movimento, o presunto tale, viene immediatamente percepito come un segnale molto forte dagli speculatori e può causare grossi sbalzi nel mercato. L’efficacia di questi interventi è altissima quando i prezzi si discostano molto dai fondamentali di mercato e le banche centrali possono aiutare a ristabilire un equilibrio. Quando invece i prezzi sono in linea con i fondamentali, anche interventi delle banche centrali possono non essere sufficienti per evitare l’inevitabile. Basta pensare a quando la Banca di Inghilterra non è riuscita ad evitare l’uscita della Sterlina dello ERM nel 1992 oppure più recentemente quando i continui tagli dei tassi di interesse fino allo 0% delle principali banche centrali mondiali non sono riusciti a calmare la crisi dei mutui subprime nel 2008.

SPECULATORI (Trader,Hedge funds, CTAs, Proprietary Houses, ecc)

In questa categoria rientriamo noi piccoli trader :-), Questa è una categoria molto varia e comprende tutti quegli operatori del mercato delle valute che operano nel breve periodo cercando di sfruttare le loro conoscenze e abilità per ottenere profitti dal mercato. In questa categoria ci sono gli Hedge Fund di cui tanto si sente parlare ultimamente che vengono etichettati come una delle cause della crisi dei mercati finanziari. Nella stessa categoria ci sono anche altri istituti finanziari tra cui, come detto in precedenza, anche le banche con i loro Prop Desk. La ragione di esistere degli speculatori è sì quella di generare profitti dal mercato forex, ma così facendo svolgono la fondamentale funzione di fornire liquidità al mercato. Se infatti l’aspettativa per esempio è quella di un Euro debole contro il Dollaro nel lungo periodo e le multinazionali cercano di proteggersi andando short EUR/USD per un corrispettivo di milioni e milioni di Dollari, chi mai potrà prendere l’altro lato del trade? Se non ci fossero gli speculatori istituzionali la transazione farebbe molto fatica a trovare una controparte.

BROKER E DEALER

Questa categoria di operatori di mercato fornisce un servizio ai clienti fornendo accesso al mercato a chi non può permettersi di farlo direttamente attraverso una banca. Non operano quindi per conto proprio ma sono degli intermediari per conto di terzi. Solitamente i clienti dei broker sono i trader privati e i piccoli investitori, ma anche gli speculatori istituzionali possono utilizzarli per sfruttare opportunità di arbitraggio oppure per non accedere al mercato forex in modo diretto mantenendo quindi l’anonimato sulle proprie posizioni.

Banche centrali e multinazionali hanno un orizzonte temporale lungo e non hanno l’interesse di guadagnare nel mercato forex.
Speculatori e banche invece fanno dei profitti tratti dal mercato, parzialmente o in toto, il loro business e hanno interessi anche nel breve periodo.

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ORGANIZZAZIONE E VOLATILITA’ DEL MERCATO

Il mercato del forex è aperto 24 ore al giorno, tutti i giorni a parte il sabato e la domenica. Apre il lunedì mattina in Asia (domenica sera in Europa) e chiude nel pomeriggio americano (venerdì sera in Europa). Nell’arco delle 24 ore si susseguono diverse piazze finanziarie e a ognuna è possibile osservare la volatilità dei tassi di cambi. Il fulcro dei mercati finanziari e soprattutto del mercato del forex è nella sessione europea con Londra regina indiscussa degli scambi per via del fatto che le principali banche hanno sede nella capitale inglese. Presa singolarmente è la sessione forex dove avviene il maggior numero di transazioni il che garantisce molta liquidità ed efficienza nei mercati finanziari generando una elevata volatilità del tasso di cambio.  La sessione si apre ufficialmente con Francoforte alle 8 ora italiana e poi segue alle 9 l’apertura del mercato di Londra. Le valute protagoniste di questa sessione sono naturalmente l’Euro e la Sterlina ma anche il Franco Svizzero nelle rispettive coppie con il Dollaro americano ma anche nei vari cross tra loro. Il picco massimo della volatilità si ha  quando la sessione europea sovrappone quella americana,dalla 14:30 alle 17:30 ora italiana poi cala notevolmente a patto che non ci sia qualche conferenza della FED verso le 19 o 20 ore italiana.

Nella sessione asiatica la più importante è quella di Tokjo seguita da Hong Kong, Singapore e Sidney, la volatilità non è molto alta,gli scambi sono pochi ad eccezione delle coppie che comprendono lo Yen. Questo perché per partecipare al mercato azionario e obbligazionario giapponese, gli investitori istituzionali devono cambiare in Yen i loro asset generalmente tenuti in Dollari americani. Questi flussi di capitale hanno un impatto importante soprattutto sulla coppia USD/JPY anche se la coppia più volatile della sessione è GBP/JPY. 

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LE PRINCIPALI VALUTE: IL DOLLARO AMERICANO

Dal grafico possiamo notare l’andamento storico del dollaro statunitense nell’ultimo decennio nei confronti delle principali valute e vediamo che in tale intervallo di tempo il massimo storico di 120 viene raggiunto nel 2002 mentre il minimo storico è di circa 72 nel 2008 in corrispondenza dello scandalo finanziario dei mutui subprime che hanno provocato un pesante deprezzamento dell’euro nei confronti delle altre valute, infatti possiamo notare dal grafico un trend ribassista.

Gli USA sono ancora oggi la più grande potenza economica mondiale e solo questo basterebbe per spiegare l’importanza del Dollaro americano per l’economia mondiale e per il mercato valutario in particolare. Tuttavia la moneta statunitense ricopre un ruolo di primo piano nel mercato del forex per diversi motivi.

Storicamente il mercato azionario e obbligazionario statunitense hanno offerto ottimi ritorni. Questo ha fatto sì che ci fosse un flusso in entrata molto importante di investimenti stranieri che di conseguenza hanno dovuto cambiare in Dollari le loro monete locali per comprare strumenti finanziari americani. Questo ha fatto sì che circa i 2/3 degli investimenti mondiali non americani siano in asset prezzati in Dollari. Se gli USA non saranno in grado di continuare ad offrire ritorni sopra la media potrebbero dover fronteggiare un’imponente uscita di capitali che comporterebbe una vendita di Dollari e il riacquisto delle monete locali dei vari investitori. Il Dollaro americano è la principale moneta di riserva tenuta dalle banche centrali come garanzia verso a moneta locale.  I depositi di riserva permettono alle banche centrali di operare nel mercato valutario per stabilizzare l’andamento della moneta locale. Sebbene stiano diventando sempre più popolari i dibattiti sul fatto che il Dollaro non sia più adeguato per essere la moneta di riserva mondiale e ad una possibile sostituzione a favore dell’Euro, nel 2009 il Dollaro americano costituiva ancora il 61,5% delle riserve mondiali contro il 28.1% dell’Euro (fonte: Wikipedia). Se anche il Dollaro americano dovesse perdere il ruolo di world reserve currency ci vorranno ancora diversi anni perché questo succeda. Alcuni paesi non lasciano la loro moneta libera di essere scambiata nel mercato ma l’associano al Dollaro. La valuta locale deve quindi sempre essere mantenuta in un range costante rispetto al Dollaro americano. Quando il cambio oscilla più del dovuto, le banche centrali locali devono intervenire subito nel mercato. Questo comporta l’obbligo/necessità per questi paesi di tenere grosse quantità di Dollari come riserva per permettere alle banche centrali di poter intervenire nel mercato. Molte di queste nazioni sono in Asia, in particolare in Medio Oriente, ma soprattutto la Cina che è molto attiva nel mercato valutario. A parte i criticismi sulle implicazioni economiche di questa pratica, quello che è importante capire è che se questi paesi decidessero di abbandonare progressivamente il Dollaro americano come moneta di riserva avrebbe un grosso impatto negativo sulla moneta americana. Il rischio di instabilità del Dollaro americano era considerato molto basso prima dell’11 Settembre. Tuttavia gli attentati terroristici alle torri gemelle hanno mostrato la vulnerabilità degli Stati Uniti intaccando la reputazione di moneta ultra sicura di cui il Dollaro godeva. Questo ha contribuito a far aumentare il numero degli oppositori al Dollaro come moneta di riserva mondiale. La crisi dei mutui subprime partita proprio dall’America ha restituito paradossalmente al Dollaro americano una connotazione di stabilità. Infatti i mercati dopo i crolli iniziali a destra e a manca hanno cominciato ad interpretare le notizie economiche secondo una variabile principale: l’avversione al rischio. Dal momento che gli Stati Uniti sono ancora percepiti come la prima forza economica mondiale e i mercati avevano fiducia che sarebbe stata la prima tra le economie a riprendersi, i mercati hanno cominciato a considerare il Dollaro, insieme allo Yen, come una moneta rifugio. Ad ogni notizia negativa sulla ripresa dell’economia prevaleva l’avversione al rischio e gli investitori tendevano (e il trend dura tutt’ora nel 2011 anche se si è attenuato) a preferire asset in Dollari e Yen perché considerati più sicuri.  L’oro è considerato come la “vera” moneta ed è il bene in cui gli investitori si rifugiano in periodi di crisi. L’oro è prezzato in Dollari e questo ha causato la nascita di una relazione perfettamente inversa in passato: al salire del prezzo dell’oro il Dollaro americano scendeva e viceversa. Seppur lo status di risorsa sicura dell’oro rimane, la relazione inversa tra le due classi è venuta meno in seguito alla crisi del 2008 quando entrambe sono salite perché considerate sicure. Tuttavia in tempi economici più “normali” la relazione inversa tra oro e Dollaro è sicuramente da tenere presente. Anche le materie prime sono prezzate in Dollari e quindi anch’esse hanno una relazione inversa con il Dollaro.  Questo perché per comprare commodities devo vendere Dollari e per venderle devo ricomprare Dollari.

E’ chiaro quindi che nei periodi in cui la domanda per le materie prime sale vertiginosamente, il Dollaro dovrebbe soffrire e viceversa.

Considerando il ruolo dominante dell’economia americana è facile intuire come fluttuazioni nell’equilibrio tra domanda e offerta dei prodotti importati e/o esportati dagli Stati Uniti abbia un impatto molto importante sul Dollaro e sulle altre valute coinvolte. Ovviamente vale anche il discorso contrario cioè come apprezzamenti o deprezzamenti del Dollaro abbiano un impatto molto significativo sugli scambi commerciali. Gli USA esportano in prevalenza aerei, mezzi spaziali, prodotti chimici, alimentari, hardware e software, componenti elettroniche e abbigliamento. Le importazioni principali sono invece di energia, prodotti finiti e abbigliamento. I maggiori partner commerciali sono Canada, Messico, Cina, UE e Giappone .

 

 

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LE PRINCIPALI VALUTE: L’ EURO

Dal graficopossiamo osservare l’andamento storico dell’euro nei confronti del dollaro statunitense nell’ultimo decennio  e vediamo che in tale intervallo di tempo il massimo storico è di 1.50 circa  a cavallo tra il 2008 e il 2009, infatti si verifica un forte apprezzamento dell’euro in seguito allo scandalo finanziario dei mutui subprime negli USA , nel 2002 invece si verifica un forte deprezzamento portando il tasso di cambio al minimo storico di circa 0,85. Notiamo che nel corso dell’ultimo decennio l’euro si sia apprezzato pesantemente nei confronti del dollaro americano,tracciando cosi un evidente trend rialzista,ciò lo possiamo notare anche dalla fig.10. Questa ultima osservazione rappresenta, probabilmente una delle motivazione che ha portato molti economisti ad affermare che l’euro possa,in un prossimo futuro,sostituire il dollaro americano come valuta di riserva.

L’Euro ha esordito nei mercati finanziari nel 1999 come moneta scambiata solo elettronicamente poi ha gradualmente sostituito le monete locali fino al 2002 quando è diventata la moneta  dei paesi europei aderenti all’ Unione monetaria europea, dalla fig.11 possiamo osservare che dal 2002 si è avviato un trend positivo,portando ad un continuo apprezzamento dell’euro nei confronti del dollaro. Infatti,dopo un inizio difficile in cui l’Euro era scivolato velocemente contro il Dollaro, la moneta unica si è ripresa e può ora ambire a scalzare l’egemonia del Dollaro americano nei mercati mondiali.  Nei suoi primi 10 anni di vita quindi è stato un successo ma, essendo una moneta relativamente nuova, deve ancora provare di avere un’economia forte in tempi di crisi. Per questo motivo ci sono alcuni fattori da considerare che rendono la moneta unica potenzialmente rischiosa.

L’introduzione della moneta unica ha avuto principalmente due scopi:

  1. Facilitare il commercio tra gli stati membri
  2. Consolidare e aumentare l’importanza economica dell’area euro nel mondo,   creando un’entità che avesse più potere di negoziazione rispetto ai singoli stati troppo piccoli e carenti di risorse per poter competere con il resto del mondo in modo indipendente.

I successi dell’economia europea grazie all’euro possono essere riassunti qui di seguito:

  1. Nei primi anni di vita l’Euro ha mostrato stabilità ed ha permesso all’Europa di attrarre maggiori investimenti esteri che prima confluivano in maggioranza negli Stati Uniti.
  2. Le transazioni sono aumentate all’interno dell’area Euro
  3. L’inflazione è rimasta sotto controllo
  4. Ha permesso alle imprese di azzerare il rischio derivante dalle fluttuazioni delle valute operando all’interno di Eurolandia

La crescita dell’Euro e il contemporaneo declino del Dollaro fino al 2009 ha accesso un processo di diversificazione da parte delle banche centrali delle riserve di monete che detengono.  Aumentano anche i sostenitori della tesi che il Dollaro è diventato troppo instabile per ricoprire quel ruolo e l’Euro costituirebbe il sostituto naturale.

Tuttavia non è un passaggio che si farà da un giorno all’altro quindi il Dollaro conserverà il suo ruolo dominante sicuramente ancora per qualche anno come minimo.  I rischi di tale valuta sono legati al fatto che l’Euro costituisce un’unione monetaria tra paesi politicamente, culturalmente ed economicamente molto diversi. In caso di crisi queste differenze potrebbero sorgere ed ostacolare o rallentare una soluzione. .
Inoltre c’è un rischio molto serio legato alla centralità e rigidità della politica monetaria. Infatti dal momento che la Banca centrale Europea stabilisce un unico livello dei tassi per tutti gli stati membri, viene negata ai singoli paesi la possibilità di utilizzare questo espediente per stimolare o calmare l’economia locale. Questo non è un problema fino a quando un paese dell’Unione si trova in difficoltà e dovrebbe alzare i tassi di interesse mentre gli altri Stati hanno economie che necessitano di un aumento dei tassi.
Praticamente annullando gli strumenti di politica monetaria rimangono solo quelli di politica fiscale (aumentare/diminuire le tasse o la spesa pubblica) che tuttavia hanno un impatto meno diretto sui mercati e sono soggetti ad altre limitazioni.
 Un primo test della stabilità dell’economia dell’Euro è avvenuto nell’ Aprile 2010  del debito pubblico greco. La Grecia avrebbe idealmente bisogno di usare tutti gli strumenti di politica monetaria e fiscale per risolvere il problema e forse non basterebbero neanche. Le soluzioni sembrano o quella di uscire dall’Euro oppure un aiuto dagli altri Stati membri.
Tuttavia un bailout  potrebbe non essere sufficiente, inoltre l’Europa potrebbe dover affrontare a breve problemi simili anche con altri paesi come Spagna e Portogallo.

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LE PRINCIPALI VALUTE: LA STERLINA INGLESE

Nel grafico(fig. 12) osserviamo l’andamento della sterlina britannica nel corso dell’ultimo decennio e risulta evidente come il valore del tasso di cambio oscilla all’interno di un range, più precisamente da 2.00 a 1.50 circa, e quindi non presenta un trend ben definito.

Nel 2003 l’Inghilterra ha deciso di non entrare nell’Unione Monetaria Europea (EMU), decidendo quindi di non adottare l’Euro. La decisione di mantenere la Sterlina inglese è ancora oggi argomento di dibattito, ma il governo inglese ha stilato un elenco di 5 prove che l’Euro deve superare prima che venga considerato:

  1. Esiste una sufficiente convergenza tra l’economia inglese e gli altri stati membri dell’EMU tale che i cittadini inglesi possano vivere comodamente con i tassi di interesse fissati dalla Banca centrale Europea?
  2. L’Euro garantisce sufficiente flessibilità di fronte a cambiamenti economici?
  3. Adottando la moneta unica le imprese sarebbero incentivate ad investire nel Regno Unito?
  4. Unirsi all’EMU avrebbe un impatto positivo sulla competitività del settore finanziario inglese?
  5. Unirsi all’EMU sarebbe utile per promuovere la stabilità e la crescita dell’occupazione?

 
Sebbene vengano riconosciuti i vantaggi che l’Euro potrebbe portare in termini di trasparenza, stabilità e abbassamento dei costi per le imprese nel commerciare all’estero, l’Inghilterra manifesta ancora diversi dubbi non volendo perdere l’autonomia in politica monetaria, gestita con successo negli ultimi anni dalla Banca centrale di Inghilterra (BoE), che verrebbe meno con l’adesione all’Euro .  Anche grazie al lavoro svolto dalla BoE, il Regno Unito ha attraversato due decenni caratterizzati da una buona crescita, bassa inflazione e bassa  disoccupazione, tuttavia è stato uno dei paesi più colpiti dalla crisi del 2008.
La motivazione per cui la crisi si sia sentita così tanto in Inghilterra va ricercata probabilmente nell’enorme deficit della bilancia commerciale, il terzo al mondo, registrato nel 2007.  Il forte incremento dei prezzi del costo delle commodities di quel periodo ha danneggiato non poco l’economia del paese
Sebbene il Regno Unito sia un esportatore di petrolio ed ha beneficiato dell’aumento del costo del greggio, in realtà è principalmente un importatore soprattutto di prodotti finiti e materie prime, prodotti alimentari inclusi. L’aumento del costo delle importazioni ha avuto un peso notevole aumentando il deficit nel Current Account (differenza tra importazioni ed esportazioni).
Al disavanzo commerciale si è aggiunta la crisi dei mercati finanziari ed ovviamente, essendo Londra il cuore del capitalismo europeo, l’Inghilterra ha accusato il colpo considerevolmente.  La Banca Centrale è dovuta correre ai ripari annunciando il “Quantitative Easing”, un programma di riacquisto dei titoli di stato da parte della BoE. Il nome è altisonante, in realtà non hanno fatto altro che stampare moneta per fornire sostegno e liquidità ai mercati.  Sebbene questo tipo di interventi abbiano il merito di aiutare a frenare le crisi economiche, il rischio è quello di incorrere in alti tassi disinflazione nel prossimo futuro.
La BoE ha il compito di mantenere l’inflazione vicina al target del 2%. Come detto in precedenza la Banca centrale ha svolto un ottimo lavoro fino al 2008 rispettando  il target con costanza. Il futuro sembra meno roseo, l’inflazione all’inizio del 2011  è già troppo alta considerando che l’economia non si è ancora ripresa completamente dalla crisi. 
Un certo livello di inflazione può facilitare la ripresa economica, ma gli operatori di mercato temono che si trasformi in iperinflazione in seguito al QuantitativeEasing.

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LE PRINCIPALI VALUTE: LO YEN GIAPPONESE

Dal grafico precedente (fig.13) osserviamo l’andamento dello yen giapponese nel corso dell’ultimo decennio e possiamo notare che ,come l’euro, si sia apprezzato ne confronti dello yen. Questa ultima osservazione la possiamo riscontrare anche dal grafico della fig.10, in cui, come abbiamo visto precedentemente, il dollaro americano si è indebolito nei confronti delle principali valute mondiali, e quindi anche nei confronti dello yen.

Il Giappone, non considerando l’Unione Europea che è un’insieme di Stati, è la seconda nazione singola al mondo come PIL dopo gli USA. 
La storia giapponese dopo la seconda guerra mondiale non solo è affascinante ma è fondamentale per capire i fattori che influenzano lo Yen.

Il Giappone è stato in grado di ripartire dopo i danni subiti dalla seconda guerra mondiale ricostruendo aziende tecnologicamente più avanzate rispetto alle concorrenti mondiali. Il mercato dei capitali era negli anni ’80 uno dei più sviluppati al mondo ed era in grado di attirare immensi flussi di capitale straniero. Le banche erano al centro di questo sistema finanziario perfettamente funzionante che stava godendo di tassi di crescita elevati e bassa inflazione.

Tra il 1990 e 1997 la Banca centrale del Giappone (BoJ) per calmare l’economia che si stava riscaldando troppo alzava i tassi di interesse. Nello stesso periodo iniziava la crisi delle monete asiatiche partita in Thailandia con il crollo del sistema finanziario locale.
Questi due fatti hanno provocato degli effetti a catena che hanno fatto crollare il sistema finanziario giapponese che da allora non si è più ripreso. Cittadini e imprese che si erano indebitati pesantemente per approfittare del boom economico non sono stati in grado di restituire i prestiti lasciando le banche spiazzate. E’ così cominciata l’era della stagnazione (crescita nulla dell’economia) e della deflazione (opposta all’inflazione comporta l’abbassamento dei prezzi che si traduce in minori ricavi per le aziende, minori salari e minori investimenti).
Molti sostengono che la Banca del Giappone abbia tardato troppo ad tagliare i tassi di interesse non riuscendo così ad evitare la crisi.
Tuttavia alla fine la BoJ li ha effettivamente tagliati fino allo 0% per permettere alle imprese di ottenere liquidità per i loro business. 
Questo intervento non è servito tuttavia a rilanciare l’economia ma ha creato un’opportunità per i carry trade.
 Il Carry Trade consiste nel prendere a prestito denaro a poco costo (perché gli interessi sono bassi) e investirlo altrove dove i ritorni sono maggiori. 
Lo Yen è stato dal 2000 al 2008 la valuta perfetta a questo scopo con gli investitori che andavano “short” sullo Yen e “long” su una valuta che offriva maggior tassi di interesse. Le coppie tipiche per questa strategia sono state GBP/JPY, AUD/JPY, NZD/JPY, EUR/JPY e anche USD/JPY.
Questa strategia auto-alimentante ha fatto sì che sempre maggiori investitori vendessero lo Yen per comprare altre valute abbassando così il valore dello Yen. Uno Yen debole non è tuttavia un male per via del fatto che il Giappone basa la sua economia sulle esportazioni (principalmente macchine e elettronica) che quindi risultano più convenienti nei mercati internazionali.
Essendo un territorio scarso di materie prime, l’altro lato della medaglia tuttavia vede il Giappone anche come un grande importatore, soprattutto di energia, quindi quando il prezzo del greggio sale solitamente lo Yen ne fa le spese. La Banca centrale del Giappone vede quindi di buon occhio uno Yen debole ed è sempre molto attenta ad intervenire nel mercato qualora la propria moneta si dovesse apprezzare troppo velocemente, soprattutto nei confronti del dollaro americano. Con la crisi del 2008 le istituzioni sono state obbligate a chiudere le posizioni short sullo Yen il che ha causato un rapido apprezzamento della moneta giapponese e ha sancito la fine del carry trade. Alcune banche centrali nel 2010 stanno cominciando ad alzare i tassi di interesse nuovamente e probabilmente opportunità per il carry trade con lo Yen emergeranno presto, ma al momento lo Yen ha assunto un altro ruolo nel mercato. Durante la crisi lo Yen è stato considerato dagli investitori come una moneta meno rischiosa di altre con il risultato che numerosi flussi di capitale sono stati trasferiti nel mercato di Tokyo. La capacità di attrarre capitale deriva dal fatto che il Giappone gode di un significativo trade surplus, un elemento attraente per gli investitori soprattutto in un periodo dove i tassi di interesse mondiali sono quasi tutto vicini allo 0%.

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